Si nasce per essere felici, per vivere una vita avventurosa e piena di passione, anche se spesso dando ascolto alla voce del mondo ce ne dimentichiamo. E spesso, molto spesso, la voce del mondo abbinata alla facile autocommiserazione convince i più distratti, i più deboli o convinti tali, a vivere vite misere.
Perché si accetta l'infelicità, o la rabbia, o la tristezza, o solo l'accidia? Non c'è una risposta, o meglio non ce n'è una sola. Succede un po' come chi sceglie film che danno forti emozioni, o chi entra nel primo locale che trova "tanto è lo stesso".
Siamo comunque una meraviglia incomprensibile, tale quale la mosca che schiacciamo perché noiosa, ma stupefacente nella sua complessità efficiente e vitale. Ne differiamo per la consapevolezza, e per la sempre presente possibilità di scelta.
Vivere pienamente, non solamente trascorrere i giorni…
Morire sì, ma da vivi…
Piccoli uomini che si sono costruiti un recinto sotto il libero cielo…
Tutte frasi non mie, che però nel 1981 riempivano la mia testa ventiquattrenne, alla ricerca di qualcosa di vero e pieno con cui realizzare tutta una vita.
Fu in una sera di quell’anno, al Monte dei Cappuccini davanti agli allora mitici panini di acciughe al verde, che con Claudio, Severino e Tullio (miei soci nei primi anni) partì quella che sarebbe diventata la più forte, lunga ed affascinante avventura della mia vita: la gestione del Rifugio CAI GEAT Val Gravio.
La scena successiva si sposta, le inquadrature si sovrappongono e si accavallano nel ricordo.
l’indimenticato Cavalier Pocchiola, Rosazza, Rapetta, Savoré, Boero per non citarne che alcuni (e non me ne vogliano gli altri ma ci vorrebbe un romanzo) che sudano con noi su muri, progetti, vasche dell’acqua, centraline idroelettriche o motori che non funzionano, o carte da compilare e ci aiutano a migliorare i sentieri e tutto il rifugio.
Il sudore che cola sugli gli occhi facendoli bruciare, mentre si sale dall’ Adret con trenta chili a spalle visto che si è rotto il trattore e sabato si apre.
La soddisfazione di terminare lo scavo per disseppellire dalla neve i trecento metri di tubo della centralina in primavera, e vedere il rifugio che si riempie di gente.
La fortuna del primo anno, quando fra i primissimi clienti sale Maria Grazia che ancora oggi è mia moglie, con cui condividerò tutte le battaglie, vittorie e sconfitte che nei ventiquattro anni successivi saranno la girandola di avvenimenti della mia vita lassù.
La montagna chiama prepotentemente,1987 divento Aspirante Guida Alpina, 1991nasce Ilaria la prima figlia, 1992 divento Guida Alpina. Nel ’99 nasce Beatrice, la seconda figlia. Le estati e gli inverni le vedono giocare e crescere fra i muri del GEAT, che ne assorbono e rimbalzano la gioia e le risate.
Il rifugio è sempre al centro con amici speciali che aiutano nonostante le difficoltà, continuando a rendere possibile l’avventura: che nel 2005 finisce.
Finisce vittima della nostra assurda, cieca e sorda fiscalità, non certo a causa della GEAT: storia non interessante a questi fogli, banalmente comune a tantissime piccole attività stritolate dai distratti passi di un gigante raffazzone, che non merita altra nota.
Resta la strana e verdissima Val Gravio, “gemma verde” come la chiamavo sui depliants e nei miei articoli di allora: montagna dura, non sempre amica, ma talmente piena di energia e di bellezza da compensare sempre ed abbondantemente di ogni cosa.
Resta il rifugio, con le pietre spostate e tagliate dai soci fondatori, e tutta l’energia della GEAT, di quelli che lo amano e continuano ad avere la forza di viverci.
“I montanari, più che di essere aiutati, si accontenterebbero di non essere ostacolati”
Era il mio incipit nelle conferenze ufficiali, anche oggi che vivo da Guida Alpina e di Guida Alpina lo sento più vero che mai.
Come il mio ringraziamento e riconoscenza verso la GEAT, spirito di montagna autentico e disponibile, che con il Valgravio ha reso possibile quella irripetibile avventura.
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