La notte dell'ultimo dell'anno è passata, assai meglio di molte altre. Potrei dire quasi bene. Senza neanche postumi del giorno dopo. Sette anni sono alle spalle dal mio più grande cambiamento di rotta e qualche bilancio è inevitabile. Tuttavia le considerazioni più immediate non attengono a quello. Sono in una città, le montagne la coronano e non sono lontane. Pochi chilometri, si raggiungono in fretta. Sono un luogo che ha la caratteristica che più mi attira: camminando e raggiungendo posti impervi, o freddi e inospitali, non vi sono più umani. O ve ne sono assai pochi, in ogni caso li vedi da lontano ed evitarli non è difficile.
Da quando la vita si è legata strettamente alla città, ad un lavoro normale che porta sulle strade a macinar chilometri, a visitar cantieri, ho dovuto cambiare repentinamente registro. Devo dire che ho scoperto lati urbani che non conoscevo, la possibilità di allenarsi nei parchi, la possibilità di allenarsi a casa nel mio angolo pesi. Il Musiné comodissimo fornisce salite su sentieri che garantiscono fatica a buon mercato. Il parco della Colletta con le sue sterrate lungo Po da tutta la corsa che si vuole, e sul Po il contorno di Kaiak per far braccia. E' tutto li, a completa disposizione. Ha un unico grande difetto: gli umani.
Li trovi dappertutto, nella migliore delle ipotesi sono ignorabili. Nella peggiore nemmeno quello. Non nego che spesso se ne incrocino di accettabili, così a pelle, soprattutto fra quelli concentrati in uno sforzo simile al tuo, o con delle belle facce. Purtuttavia la caratteristica urbana relativa alla concentrazione di molta gente in poco spazio ti fa incrociare un po' ovunque il meglio dello zoo che la compone, ci mette davvero poco e soprattutto la ventura dell'utilizzo del mezzo pubblico cala appieno nel palinsesto migliore che l'urbe stessa apparecchia.
Resto letteralmente sconcertato e attonito dalla mole di scontate banalità preconcette ascoltabili nell'arco di soli cinque minuti camminando fra le file di un mercato rionale, su un autobus od al bancone di un bar di un centro commerciale. Il pensiero che tutti questi personaggi, mediante il diritto di voto, abbiano anche la possibilità di esprimere un rappresentante in cui si riconoscano chiarisce inequivocabilmente su quali prospettive la crescita personale possa basarsi: chiunque venga eletto da questa massa kafkiana dovrà per forza di cose focalizzare come unica finalità il mantenimento del consenso da parte di un branco lobotomizzato con i riconosciuti valori " pappa nanna cacca ".
Oggi ad esempio sono andato a correre al Parco della Colletta, un più che piacevole giro da 15 km fra andata e ritorno ottimo per smaltire almeno parte dell'antipasto di ieri sera. Poca gente appena partito, ma dopo 10 minuti comincio a sentire il rimbombo di musica tecno a balla. Lungo il fiume ci sono dei campi pubblici per giocare a pallone, e purtroppo anche strutture in stato di abbandono che periodicamente vengono invase da rave party. Passo attraverso gruppi di ragazzi e ragazze rasta peraltro abbastanza assenti, tranquilli per conto loro. Qualcuno ronfa nei prati al tepore del sole mattutino, due gruppetti stanno facendo colazione a Tavernello o analogo in cartone e Limoncello. Poco più avanti uno si sveglia e si riaccende la canna. All'altezza della fabbrica abbandonata la musica è più forte ma non distorce, segno di un sano server ben alimentato gestito da chi sa il fatto suo.
Fra le tante contraddizioni ipocrite di questo tipo di società credo che il rave party sia la peggiore: usa le tecnologie più avanzate prodotte dal sistema e dalla società da cui si vuole distinguere, si rintana o okkupa in ogni caso spazi urbani che sono il prodotto diretto della società industriale o post industriale e consumistica da cui si vuole distinguere, con organizzatori degli stessi che vendono e spacciano di tutto e da questi rave traggono profitti notevoli, cacciati nel sistema dello sfruttamento del divertimento fino alle orecchie con l'unico distinguo di non volerne pagare il pedaggio (in questo in ottima compagnia e parallelo con l'ultimo dei discotecari magari evasore), circondati in genere oltre che da una miriade di normali vetture e tende anche e soprattutto da camper ottanta su cento assai ben piazzati, valore medio da ventimila euro in su, imbottiti di alternativi e rasta griffati che quand'anche lordi o stracotti tutto hanno tranne che l'aria di amish alla ricerca di una alternativa alla società ladra e consumista e massificante. Non mi sembrano in sostanza un gipeto che sorvoli il mondo alla ricerca di carogne, o avanzi della società sprecona di cui nutrirsi, mi sembrano piuttosto l'acaro della rogna che negli scarti si insinua e mangia e mangia fino a quando la piaga si allarga e si infetta, a vantaggio di chi li usa. O gli vende le medicine.
In ogni caso un male diretto a me non ne danno, vista a parte, almeno fino a quando non okkuperanno qualcosa di mio per cui... il fastidio dei loro fumi di scarico è analogo a quello dei barbecue per le grigliate estive, ai tubi di scappamento delle auto ai semafori: reagisco allo stesso modo allungando il passo ed aumentando il ritmo, dopo poco non sono più nemmeno un ricordo. Si, lo so che iperventilare in presenza di fumi è nocivo, come bere o fare un lavoro alienante, o litigare con le persone che si amano, e allora? CHISSENEFREGA! Le endorfine che recupero allenandomi sono il giusto ed indispensabile compenso per cui.... va bene così.
Il resto della corsa prosegue senza storia, qualche coppia e famigliola a spasso, cani e relativi padroni, sulle panchine ormai verso Piazza Vittorio quattro barboni stanno facendo colazione a cartoni di vino come i rasta ma senza il limoncello, chissà perché mi sembrano assai più coerenti. All'altezza del ponte della Gran Madre faccio dietro front.
Bilanci se ne fanno sempre in periodi come questo. La cosa principale per me è sentir crescere dentro un solco sempre più netto. Una separazione sempre più nitida e definita fra il rispetto che nutro per quelle poche persone che frequento, che a vario titolo incontro ed ho modo di stimare e conoscere, che mi sono amiche o con cui magari lavoro e tutte le altre. Capisco sempre meno, o meglio capisco e mi piacciono sempre meno gli attori di questo squallido cabaret che si arrogano il diritto di chiamarsi italiani, o popolo, o cittadini a seconda dei contesti, che ben lontani dal vivere o dall'aver vissuto qualche difficoltà degna del nome davanti a tavole imbandite e con il sedere ben attaccato a sedie collocate in case spesso principesche si permettono di parlare di "accontentarsi" di una pensione o di un lavoro che gli consentano una vita "dignitosa", di quel "poco" che gli serve per vivere. Tutto questo prima di salire su auto da 25/35000 euro. Scene vissute in prima persona durante una trasferta nel rito natalizio/famigliare con contorno di altrui "amici" casuali passati a salutare. Il popolo di villette di seconda cintura.
Forse il divario è causato da una presa di coscienza maggiore, generato da tutte le situazioni a volte anche drammatiche che vedo nei miei giri di lavoro. Dallo sconcerto per le sperequazioni che ci sono fra persone che vivono in modo duro ed impegnativo ed altre che sono riuscite, fra le pieghe di un sistema malato, a ritagliarsi spazi e spazietti in cui non paghe di mangiare da greppie che scarsamente contribuiscono a riempire si prendono pure la libertà di lamentarsi invocando etica e giustizia sociale, con una mano nascosta dietro la schiena per fregarsi gli avanzi dal carrello di servizio. Dal pulpito costruito grazie a contratti stra-tutelati che hanno consentito doppi e tripli lavori al nero, baby pensionamenti, pluriennali casse integrazioni e corredi relativi. La frase che hanno fatto solo quello che il sistema consentiva non ha senso, è solo mera scusa auto assolutoria che in ogni caso non autorizza a dissertare sulla deriva dei tempi e sul concetto di "dignitoso".
Se le tutele sociali, nate per sanare la sperequazione fra le classi, ora vengono o stanno per venire a mancare anche nei casi ove sono davvero necessarie, se la miseria per alcuni sfortunati comincia davvero a far capolino dove per miseria intendo problemi veri legati a casa e cibo (non le palle invereconde di chi non arriva a fine mese con il televisore al plasma due macchine e quattro telefonini in famiglia) la causa va ricercata nel totale abbandono da parte di molti della propria spinta a creare, a cercare certo sempre il meglio ma non solo per se, alla tensione dei più verso modelli di furbetti venduti che rubacchiano quello che possono dai nidi lasciati incustoditi del sistema. Alla fin fine solo poveri venduti ma ciechi, tanti, soffocanti.
Non mi muovono livore, piuttosto mi danno la nausea. Così cerco di non frequentarli, coltivando quell'aura asociale da montanaro mancato ma non pentito. Sono io fuori posto, non loro. Loro sono i professionisti, i detentori non della capacità di adattamento ma dell'opportunismo di razza, della genetica e mi verrebbe da dire (se il dirlo non comportasse, come comporta, il pensare di poter vivere allo stesso modo il che è impensabile) invidiabile semplicità ottusa che nulla si chiede ma tutto acchiappa. Tutte le convenzioni, tutto il palinsesto di obblighi, procedure e ricattini affettivi che questi contesti relazionali comportano sono vitali per autoalimentarsi, mostrarsi, trovare gratificazione e giustificazione nella ostentazione. Ma non valgono nulla, non danno nulla, se non (ed in effetti non è poco...) la casetta in eredità ai figli. Ai quali per inciso auguro di cuore un percorso se non più alto quanto meno non così basso.
Perché se da un lato è innegabile che questa tipologia di vita crei ben pochi problemi e generi vantaggi, perlomeno in un contesto comodo e tutelato quale è stato sinora quello italiano, per certo costruisce paraocchi ed ignoranza tale da non consentire di godere e comprendere anche solo il valore di quello che si è (immeritatamente) costruito. Di quali privilegi e vantaggi si sia goduto, a fronte del lavoro e degli sforzi dei tanti (ora sempre meno) che hanno cercato e cercano di costruire qualcosa non solo per se stessi. Non certo per generosità, ma perché la spinta a creare che è (dovrebbe essere...) connaturata ad ogni essere umano è difficile da soffocare, e per quanto paradossalmente chi la ignori tenti con ogni mezzo di ostacolare vessare bloccare chi la sente, questa per sua intrinseca natura risorge. Ecco, l'unico timore che ora per la prima volta provo è sulla quantità dei farlocchi che mi sembra crescere e montare a dismisura. Che vedo sempre più proterva e invadente, come una colata di limo dopo un temporale che tutto annega senza nulla generare.
Ma sono solo pochi attimi, passano in fretta e lasciano il posto alla fiducia nella spinta creativa, a quello che so fare, a quello che vedo fare se non da molti da qualcuno.
UN BUON ANNO A TUTTI, PIENO DI TUTTA L'ENERGIA CHE VI SERVIRA' !
Volevo farti i complimenti per il tuo ultimo post, che non ho letto con troppa attenzione (sono indietro con gli studi, dovrei impiegare diversamente il mio tempo), e che forse non sono neppure in grado di comprendere bene in quanto privo della tua esperienza.
RispondiEliminaMa è davvero BELLO.
Buona continuazione. In tutti i sensi.
" W. ha detto...
RispondiEliminaVolevo farti i complimenti per il tuo ultimo post, ------------- "
Ti ringrazio e ti comunico che sei il mio primo commentatore ufficiale.
Vinci un buono omaggio per far qualsiasi cosa non costi nulla ovunque tu sia!
Scherzi a parte buona continuazione anche a te